|
|
STORIA E TURISMO
.

.
TOSCANA
Superficie: 22.125 km2
Abitanti: 3.337.000
Densità: 155 ab/km2
Capoluogo regionale: FIRENZE 933.860 abitanti
Arezzo (AR): Abitanti: 323.288 - Comuni: 39
Grosseto (LI): Abitanti: 211.086 - Comuni: 28
Lucca (LU): Abitanti: 372.244 - Comuni: 35
Massa-Carrara (MS): Abitanti: 197.652 - Comuni: 17
Pisa (PI): Abitanti: 384.555 - Comuni: 39
Pistoia (PT): Abitanti: 268.503 - Comuni: 22
Prato (PO): Abitanti: 227.886 - Comuni: 7
Siena (SI): Abitanti: 252.288 - Comuni: 36
SITO WEB REGIONE:
http://www.regione.toscana.it
...un po' di
storia
Il territorio del comune di Firenze come è
oggi è il risultato di complesse vicende amministrative che
hanno visto la sua espansione, quasi sempre a danno dei
comuni confinanti, dal 1865 al 1939.
Fino al 1865 il comune di Firenze era infatti delimitato
dalla cerchia delle mura medievali, al di là delle quali
cominciavano subito i territori dei comuni di Rovezzano,
Bagno a Ripoli, Galluzzo, Legnaia, Pellegrino e Fiesole. In
quest'anno, in vista della prevedibile espansione edilizia
della città, divenuta capitale d'Italia, si decise di
allargarne il territorio comunale. In un primo tempo si
pensò ad un'annessione tout court dei sei comuni limitrofi,
ipotesi poi abbandonata per difficoltà logistiche (basti
pensare a Bagno a Ripoli, il cui territorio si spingeva fino
nel Chianti) o per ragioni storiche (il prestigio di
Fiesole). Fu pertanto decisa una parziale espansione, che
portò all'annessione al comune di Firenze di una corona
circolare di territorio attorno alle mura, ottenuta con
parti dei soppressi comuni di Legnaia, Rovezzano e
Pellegrino e con la riduzione di quelli di Bagno a Ripoli,
Fiesole e Galluzzo. In questa occasione il comune di Firenze
si annesse le zone di Legnaia, i sobborghi del Pignone e di
Verzaia, Bellosguardo e Monticelli dal comune di Legnaia; il
Parco delle Cascine, Rifredi, Montughi, Il Pino, parte di
Novoli e Polverosa dal comune del Pellegrino; San Salvi e
Varlungo dal comune di Rovezzano; una zona prossima alle
mura (attuali quartieri del Campo di Marte, San Gervasio e
la zona del Viale Mazzini) dal comune di Fiesole; San
Miniato, Pian de' Giullari, Il Bandino e Badia a Ripoli dal
comune di Bagno a Ripoli; Arcetri , Poggio Imperiale, San
Gaggio e Le Due Strade dal comune di Galluzzo.
Nel 1869 il comune di Firenze restituì la frazione del
Bandino ed una piccola enclave (il palazzo comunale) a
quello di Bagno a Ripoli.
Nel 1910 il comune di Fiesole cedette a quello di Firenze
due zone: una comprendente Trespiano, Serpiolle, parte di
Pian di San Bartolo e Careggi; l'altra comprendente
Rovezzano, Settignano e Coverciano.
Nel 1915 il comune di Firenze si annetté una piccolissima
zona del comune di Bagno a Ripoli (l'enclave che comprendeva
il palazzo comunale del comune limitrofo).
Nel 1928 fu decisa un'ulteriore grande espansione del comune
di Firenze, che raggiunse le attuali dimensioni (salvo
un'eccezione). Il territorio fiorentino si allargò con le
zone di Brozzi, Peretola, Quaracchi, Petriolo e La Sala (dal
soppresso comune di Brozzi); Galluzzo, San Felice ad Ema e
Cascine del Riccio (dal soppresso comune del Galluzzo); Il
Bandino, Badia a Ripoli, Nave a Rovezzano, parte di Ponte ad
Ema (dal comune di Bagno a Ripoli); Castello, Quarto, Il
Sodo, Le Panche, Il Lippi e parte delle località di Novoli,
Polverosa e San Silvestro a Ruffignano (dal comune di Sesto
Fiorentino) e San Bartolo a Cintoia, Santa Maria a Cintoia,
Marignolle, San Lorenzo a Greve, Ugnano, Mantignano e
Sollicciano (dal comune di Casellina e Torri, in tale
occasione ribattezzato Scandicci).
Nel 1939 il comune di Firenze restituì la frazione di
Signano a quello di Scandicci.
Nel secondo dopoguerra, in ragione anche della tumultuosa
espansione edilizia ed industriale della città, si proposero
ulteriori allargamenti del territorio comunale fiorentino:
negli anni '50 si prospettò l'annessione del comune di Sesto
Fiorentino e nei successivi anni '80 quella di Scandicci.
Queste proposte rimasero però inattuate, sia per motivi
campanilistici che per ragioni di equilibri politici.
Una curiosità legata alle tumultuose vicende amministrative
di Firenze e dintorni è il fatto che alcuni personaggi
celebri considerati "fiorentinissimi" fossero in realtà nati
in comuni limitrofi: i casi più noti sono quelli di Gino
Bartali e Mario Luzi, entrambi nati nel 1914 quando i loro
borghi natii, rispettivamente Ponte ad Ema e Castello,
facevano parte dei comuni di Bagno a Ripoli e Sesto
Fiorentino.
LaSanta Maria
Novella
TLa
Basilica di Santa Maria Novella è una delle più importanti
chiesa di Firenze e sorge sull'omonima piazza. Se Santa
Croce era ed è un centro antichissimo di cultura francescana
e Santo Spirito ospitava l'ordine agostiniano, Santa Maria
Novella era per Firenze il punto di riferimento del terzo
ordine mendicante, i domenicani.
Storia
La piccola chiesa di Santa Maria Novella (1049), sorta su un
precedente oratorio (Santa Maria delle Vigne, IX secolo), fu
concessa nel 1221 ai dodici frati domenicani giunti da
Bologna guidati da Fra' Giovanni da Salerno due anni prima.
La prima pietra di un nuovo e più ampio edificio fu posta
nel 1279, mutando l'orientamento con la facciata verso sud,
e fu completata alla metà del XIV secolo. Il progetto si
deve a due frati domenicani, Fra Sisto da Firenze e Fra'
Ristoro da Campi. Partecipò all'edificazione anche Fra'
Jacopo Passavanti ed il campanile si deve invece a fra
Jacopo Talenti. La chiesa, sebbene già conclusa nel
Trecento, fu tuttavia ufficialmente consacrata solo nel 1420
da papa Eugenio IV in vista alla città.
Su commissione della famiglia Rucellai Leon Battista Alberti
disegnò il grande Portale centrale, la trabeazione e il
completamento superiore della facciata, in marmo bianco e
verde scuro (terminata nel 1470). Tra il 1565 e il 1571 la
chiesa fu rimaneggiata ad opera di Giorgio Vasari, con la
rimozione del recinto del coro e la ricostruzione degli
altari laterali, che comportò l'accorciamento delle finestre
gotiche. Tra il 1575 e il 1577 fu costruita da Giovanni
Dosio la cappella Gaddi. Un ulteriore rimaneggiamento si
ebbe tra il 1858 e il 1860 ad opera dell'architetto Enrico
Romoli.
Nella piazza retrostante la chiesa ha sede l'omonima
stazione ferroviaria, una delle più importanti opere del
Razionalismo italiano degli anni trenta (Michelucci ed
altri). L'edificio, per la sua dislocazione dietro l'abside
della chiesa, suscitò all'epoca polemice per il suo stile
moderno, ma invece, rappresenta un esempio di esemplare
integrazione tra nuovo ed antico.
Un importante restauro è stato effettuato nel 1999 con i
fondi del giubileo, inseguito al quale per l'accesso alla
chiesa è stato istituito un biglietto d'ingresso. Da aprile
2006 la facciata è di nuovo in restauro
La maschera di
Firenze
Il
simpatico personaggio è conosciuto come l'unica maschera del
Carnevale e del Teatro fiorentino, e come ricordano l'Artusi
ed il Gabbrielli, l'ultima del "Teatro dell'Arte". La
maschera di Stenterello venne ideata nel XVIII secolo
dall'attore fiorentino Luigi Del Buono (1751-1832) creatore
di brillanti commedie popolari, tra cui "Ginevra degli
Almieri sepolta viva in Firenze", "La villana di
Lamporecchio", "Sempronio spaventato dagli spiriti", "La
bacchettona", "Il padre giudice del figlio", ecc.
Magro, sparuto, gracilissimo, che pare cresciuto a stento;
piccolo di statura, di carnagione giallastra, la fronte
spaziosa e le ciglia arcuate. Ricercato dagli amici per la
naturale predisposizione alla recitazione briosa, alla
composizione di dialoghi comici sia in versi che in prosa:
Luigi Del Buono era Stenterello!
Di mestiere orologiaio, aveva la bottega in piazza del
Duomo, vicino all'Arco de' Pecori. Ma la grande passione per
il teatro lo portò ad entrare, a 25 anni, nella compagnia
Giorgio Frilli e negli anni 1778-79 diviene direttore degli
Accademici Fiorentini al teatro Ognissanti. Nel 1782 sceglie
definitivamente la carriera artistica vendendo la bottega
d'orologiaio, e tre anni dopo entra nella compagnia di
Pietro Andolfati, dove si specializza come caratterista.
Fonda nel 1791 la propria compagnia, ed arriva all'apice del
successo fondendo in una unica figura tutte le
caratteristiche dei suoi personaggi. Una figura che il
popolo chiamò scherzosamente Stenterello.
Gli Stenterelli successivi furono sempre mingherlini, o
meglio secchi, cresciuti o perlomeno che si reggono a
"stento", così come era lo stesso Del Buono. Il soprannome
in realtà era già di uso comune in Toscana, e veniva dato a
bambini e uomini cresciuti con istento. Anzi, sembra che
anche il Del Buono avesse fin da piccolo questo soprannome a
causa del suo fisico stentato. Raffaello Landini - tra i più
vicini al Del Buono - ricordando l'origine della maschera,
raccontava che l'amico aveva preso l'idea del personaggio
dai modi di fare e di essere di un mendicante, che stava
sotto un tabernacolo di via della Scala. Per il linguaggio
pareva essersi ispirato al garzone di un barbiere che
parlava argutissimo.
Dal naso prominente era il tipico personaggio fiorentino
chiacchierone, pauroso ed impulsivo; ma anche saggio,
ingegnoso e pronto a schierarsi dalla parte del più debole,
anche se la tremarella gli metteva spesso i bastoni tra le
ruote: ed è in questo contrasto il fulcro della comicità.
Assieme alla risposta pronta, la battuta pungente, espresse
in vernacolo fiorentino, non volgare ma mite e brioso; come
riporta infatti l'Artusi: "...dal palcoscenico Stenterello
lanciava frizzi e motti scevri però di volgarità, tanto che
famiglie intere assistevano al suo spettacolo.".
Stenterello scoccava le sue battute in maniera piacevole con
finezza, acutezza, allegria, ingegno e arguzia; senza essere
scurrile, cinico o salace.
In esso era raffigurato il popolano fiorentino, di bassa
estrazione, il quale oppresso da avversità ed ingiustizie,
aveva in se sempre la forza di ridere e scherzare.
La tecnica preferita con cui Stenterello amava parlare
all'immaginazione popolare, per eccitarne un riso benefico,
e muover gli affetti, era il bisticcio, ovvero la vicinanza
di parole differenti di significato e di suono simile:
M'inchino fino all'imo, e il primo imprimo nella mente
dell'amante: si rammenti i miei tormenti non mai spenti anzi
più spanti...", e l'effetto è nella velocità nel
pronunziarlo.
Tuttavia a seconda di chi lo interpretava, Stenterello
poteva anche lanciare frasi sboccate e lasciarsi andare a
gesti audaci - si ricorda che Lorenzo Cannelli veniva
accusato di interpretarlo con troppa volgarità - per questo
il suo Stenterello aveva meritato il cognome di Porcacci.
Contro queste travisate interpretazioni che portarono alla
fine della maschera, si misero persone del calibro di
Giuseppe Giusti, che satiricamente intimava: "Zitto,
l'equivoco/Di Stenterello,/Che sa di bettola/E di
bordello!/"
Il personaggio popolare con il tempo viene circondato da un
alone di carattere politico. Il suo acume e le sue battute,
a pari passo con i tempi, colpiscono i francesi "invasori",
gli stranieri, poi i principi che si frapponevano alle
aspirazioni d'indipendenza italiane.
Il costume di Stenterello è allegro e frizzante come il
personaggio e ricorda l'epoca della sua nascita: il
settecento. Partendo dall'alto esso aveva il tricorno nero o
una lucerna con fregio, una giacca (zimarra) o giubba a
falde di color azzurro chiaro o blu, sopra ad una sottoveste
sgargiante, panciotto giallo canarino, dei calzoni corti
neri (a volte neri e verdi), una calza di cotone rossa ed
una fantasia, o due diverse tra loro ma a righe, scarpe a
fibbia basse, ed una parrucca bianca con codino all'insù.
Abiti stenterelleschi inventati dallo stesso Luigi Del
Buono.
Da una riproduzione della maschera di sua propria mano, si
vede sulla sottoveste una bottiglia disegnata,
verosimilmente di vino, che ne potrebbe sottolineare un
aspetto di beone, e si legge la rivelatoria parola
posapiano, altro modo di dire fiorentino che svela un altro
aspetto della sua sfaccettata personalità.
Gli altri attori che impersonavano Stenterello usavano
truccarsi il volto rendendolo pallido e sbiadito, con segno
rossi sul viso, e segni forti agli angoli degli occhi e
della bocca, con le sopracciglia grandi ad arco.
Riproducevano così il volto esagerato nella parodia del suo
personaggio più caro, di Luigi Del Buono.
Stenterello faceva talmente parte dell'immaginario
fiorentino che molte persone hanno coniato modi di dire
sulla sua figura. Persino in italiano si intende per
estensione una persona allampanata, gracile e goffa.
Anche il Carducci in "Davanti a San Guido" (vv. 83-84) per
attaccare quelli che sulla scia del Manzoni tentavano di
imitarlo non riuscendoci, cadendo nel ridicolo poetico,
inserendo nei loro scritti parole e frasi fiorentine, così
scrisse: "...la favella toscana, ch'è si sciocca/ nel
manzonismo de gli stenterelli".
Pellegrino Artusi nel suo La scienza in cucina e l'Arte di
mangiar bene, ricorda che la cucina "...è una brinconcella;
spesso e volentieri fa disperare, ma dà anche piacere...", e
riportando la ricetta delle Frittelle di tondone scrive: "Se
non sapete cosa sia un tondone, chiedetelo a Stenterello che
ne mangia spesso perché gli piace...".
.
|
|